Il processo di Frine

Quando scrisse Il processo di Frine, Edoardo Scarfoglio, appena vent’anne, era da poco venuto da Chieti a Roma per mettere alla prova le proprie doti letterarie per conquistare la Capitale. Il processo di Frine, insieme con altre novelle realiste “all’ultimo sangue” scritte da Scarfoglio fra il 1881 e il 1883, fu l’opera più fortunata in questo genere, che aveva i suoi modelli francesi e stava impegnando altri scrittori italiani come Giovanni Verga, Luigi Capuana e Gabriele D’Annunzio. Si tratta di un drammone raccontato alla brava, a tinte forti e sensualità prorompente, su uno sfondo paesano abruzzese pieno di sapori locali e sonorità dialettali, cui conferisce un lustro particolare l’omaggio classicheggiante a Frine, la famosa e ricchissima cortigiana ateniese di cui si racconta che, durante un processo per omicidio, per commuovere i giudici che sembrano non sufficientemente sensibili alle capacità oratorie del suo avvocato difensore, è invitata da costui, con un gran colpo di scena, a denudarsi il petto.

La novella di Scarfoglio piacque anche a Benedetto Croce e a tanti altri, fra cui Alessandro Blasetti che, nel 1952, la scelse come pezzo conclusivo di un’antologia filmica da novelle dell’Ottocento, affidando il personaggio di Frine a Gina Lollobrigida.

Scarfoglio sapeva bene che nel sistema giudiziario italiano il processo era cosa diversa e assai meno teatrale di quello che veniva celebrato nelle corti di giustizia inglese. Nella sua novella, addirittura, giunge a darne una descrizione critica e spietata: si tratta di una ripetizione delle parti, di un gioco ginnastico tutto sommato noioso e sonnolento, poiché il vero dramma, lo scandaglio degli atti e delle passioni è già stato fatto dietro le quinte, nelle stanze del giudice istruttore, il vero “drammaturgo” provvisto di forte acume e buon fiuto. E il luogo dove lui svolge gli interrogatori e scrive le ordinanze è un vero gabinetto degli orrori, un archivio un po’ lombrosiano e un po’ dostoevskijano di umane devianze, di tortuosità inquisitorie e astuzie difensive, e anche un museo di strumenti criminali inventati da una fantasia espressionistica e popolaresca.

Di tutto questo, nell’aula dove si celebra il processo di Frine, resta, come presenza simbolica, il vaso di vetro con gli intestini della vecchia avvelenata posato proprio davanti al presidente del tribunale. Dall’altra parte, apparentemente perso nelle sue creazioni poetiche, il tipo avvocato italiano, don Pietro Saraceni, ostentatamente indifferente per tutte quelle volgarità materiali.

Ai valori del giudice istruttore, la cui sagacia indagatrice non aveva avuto modo di esplicarsi di fronte a una confessione troppo facile, l’avvocato Saraceni può solo contrapporre la forza romanzesca e melodrammatica dei sentimenti, la gestualità teatrale dei giudici, dei giurati, dell’accusata, dei testimoni, del pubblico, le sapienti citazioni avvocatesche della letteratura classica e moderna.

E con un’abile mossa retorica, l’avvocato Saraceni trasforma un caso giudiziario, cui dovrebbe provvedere facilmente il codice penale, punendo un delitto ispirato da un sentimento di rancore, in un “fatto morale”, che la morale greca, se avesse ancora corso nel mondo contemporaneo, considererebbe senz’altro un “fatto estetico”. Ma Saraceni, con una sapiente combinazione di fisiologia dei piaceri e di fisiologia criminale, riesce a far tornare in vita, sotto spoglie positivistiche, l’antica cortigiana greca. Mariantonia non può essere colpevole. In lei piacere della gola e piacere del sesso fanno poca differenza: forza e istinti animali e bellezza corporea hanno la stessa straordinaria e carnosa base materiale: è una “bella bestia”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *